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Migration, human rights and development

Migrazioni, diritti umani e sviluppo sono in questo momento storico temi molto presenti nel dibattito culturale, sociale e politico, soprattutto sulla scia degli eventi che portano in Europa un numero consistente di migranti e richiedenti protezione internazionale provenienti dalle zone di conflitto o da situazioni di povertà in Medio Oriente, Africa e Asia. Se ne discute molto, ma raramente si analizza in che modo questi fenomeni e temi sono tra loro connessi.

 

Prima di vedere come questi tre temi interagiscono tra loro, è opportuno provare a darne una definizione di massima e qualche dato:

  • migrazioni: le migrazioni sono un fenomeno multiforme e complesso che ha caratterizzato la vita della specie homo sapiens fin dalla sua apparizione in Africa (circa 200 mila anni fa), portandola ad occupare tutto il globo. Le migrazioni possono essere interne a uno stato o internazionali. Convenzionalmente i fenomeni migratori vengono suddivisi in: “migrazioni volontarie” (fenomeno che coinvolge le persone che decidono di trasferirsi altrove alla ricerca di condizioni di vita più favorevoli) e “migrazioni forzate” (che riguardano invece le persone obbligate a emigrare per proteggere sé stesse o i propri cari, come succede ai richiedenti protezione internazionale). Un fenomeno su cui recentemente si sta concentrando l'attenzione è quello dei migranti ambientali, cioè di quelle persone forzate a lasciare il loro luogo di origine a causa di catastrofi o di mutamenti ambientali.

Il tema che maggiormente desta l'interesse dell'opinione pubblica sono sicuramente le migrazioni internazionali. In particolare, l'Europa ha visto negli ultimi anni un aumento del numero di persone provenienti dall'Africa e dal Medio Oriente, fenomeno che sempre più è stato percepito e comunicato nei termini di una svolta epocale, con numeri che hanno fatto parlare di “invasione” o “emergenza”.

È vero che il numero di migranti (volontari e forzati) è cresciuto costantemente in Europa, investendo a partire dagli anni '90 anche Paesi che erano stati storicamente luoghi di emigrazione o transito e mai luoghi di destinazione come l'Italia, il Portogallo, la Spagna e la Grecia. Ma gli spostamenti di popolazione sono un fenomeno globale, che investe tutto il pianeta e non solo il vecchio continente e non è quest'ultimo ad esserne maggiormente coinvolto.

Infatti, la maggioranza dei flussi migratori internazionali sono intra-continentali, tanto che sia l’Africa sia l’Asia sono state punto di partenza e destinazione dei flussi migratori: nel mondo, vi sono circa 34 milioni di migranti internazionali di origine africana, di cui 21 milioni vivono in un altro paese dell'Africa e dei 104 milioni di asiatici che sono emigrati, 75 milioni sono migrati in un altro paese dell'Asia. Anche l'Europa è sia meta sia origine delle migrazioni: nel nostro continente vivono 76 milioni di migranti internazionali, 62 milioni dei quali proviene da un altro Paese europeo* (*dati 2015 Nazioni Unite, Dipartimento di Economia e Affari Sociali).

Anche le migrazioni forzate, cioè i flussi di richiedenti protezione internazionale, sono un fenomeno mondiale che riguarda diverse aree del mondo, e non solo l'Europa.

L'UNHCR (l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) calcola che 12,4 milioni di persone hanno dovuto lasciare il proprio luogo di residenza nel 2015, a causa di una guerra o di persecuzioni personali. Il numero totale di migranti forzati è così arrivato a 65,3 milioni di persone in tutto il mondo. Di questi, circa 23,5 milioni sono rifugiati o richiedenti asilo. Dei 12,4 milioni di persone che si sono messe in cammino nel 2015, oltre la metà proveniva da 3 soli Paesi, che da anni sono teatri di guerra: la Siria (4,9 milioni), l'Afghanistan (2,7 milioni) e la Somalia (1,1 milioni).

Un altro dato dell'UNHCR mette in evidenza come sia radicalmente falsa l'idea che l'Europa sia l'approdo finale della maggior parte dei migranti. Infatti i 10 paesi che accolgono il maggior numero di migranti forzati sono tutti africani o asiatici: la Turchia è il Paese in cui risiedono più rifugiati/richiedenti protezione internazionale (oltre 2,5 milioni), seguito da Pakistan, Libano (che è il Paese con il maggior rapporto rifugiati/popolazione) e Iran.

Per la Turchia il 2015 è stato un anno particolare, poiché in seguito all'accordo con l'Unione europea sul trattenimento dei richiedenti protezione internazionale siriani sul territorio turco, il loro numero totale è passato da 1,6 milioni nel 2014 ai 2,5 milioni del 2015.

Per saperne di più:

- Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati

- Dossier Statistico Immigrazione

- Stranieri in Italia, sito in infomazioni

 

  • diritti umani:

I diritti umani sono diritti inerenti a tutti gli esseri umani, qualunque sia la loro nazionalità, residenza, sesso, origine, colore, religione, lingua, o qualsiasi altra condizione. Sono proclamati universali, inalienabili, interdipendenti e indivisibili. In realtà il loro carattere universale è assai problematico, in quanto essi sono interpretati in forme culturalmente diverse in differenti contesti culturali (ad esempio nelle carte arabe, nelle carte islamiche e nella carta africana). I diritti umani comportano diritti e doveri: l'obbligo di protezione da parte dello Stato e il dovere di rispetto da parte di tutti gli individui. Il diritto internazionale dei diritti umani stabilisce gli obblighi dei governi ad agire in un certo modo o di astenersi da certi atti, al fine di promuovere e proteggere i diritti umani e le libertà fondamentali di persone o gruppi.

Quello dei diritti umani è un tema complesso, che può essere studiato a partire da diverse prospettive, da quella giuridica a quella filosofica, storica e antropologica. Da un punto di vista terminologico e sul piano giuridico, essi debbono essere distinti dai diritti fondamentali. I diritti fondamentali sono infatti i diritti umani costituzionalizzati, ossia riconosciuti nelle costituzioni degli Stati. Tuttavia in questa trasformazione i diritti fondamentali sono in un numero più ridotto rispetto ai diritti umani, in quanto sono riservati solo ai cittadini. Pertanto nella costituzioni degli Stati compaiono i diritti umani riservati a tutti (ad esempio nella costituzione italiana gli articoli 19, sul diritto alla libertà di fede, e 21, sul diritto alla libertà di pensiero) e i diritti fondamentali riservati solo ai cittadini (ad esempio nella costituzione italiana gli articoli 16, sul diritto alla libertà di circolazione, e 17, sul diritto alla libertà di riunione).

Nella tradizione occidentale liberal democratica, i diritti umani sono proclamati:

  • inviolabili, in quanto sono diritti di cui nessun essere umano può essere privato, neanche se lo Stato di cui è cittadino o in cui risiede non li riconosce
  • indisponibili, poiché nessuna persona può privarsene, neppure volontariamente

In altre tradizioni culturali, ad esempio in quella islamica, i diritti umani debbono essere compatibili con la šarīʽa, ossia con la legge islamica. Nelle carte arabe, fondate invece sull’identità araba, questa limitazione non esiste.

 

Nella tradizione occidentale, ossia nella Dichiarazione (che si auto-proclama) Universale dei Diritti Umani del 1948, essi sono formulati come universali, in quanto spettanti a ogni essere umano in quanto tale, senza alcuna distinzione di razza, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Al loro fondamento vi è l’idea di dignità, che gran parte del dibattito internazionale definisce come valore oggettivo della vita di ogni essere umano.

 

Secondo alcuni studiosi le radici del concetto di diritti umani sarebbero molto antiche: Ciro il Grande, imperatore persiano, nel 539 a.c. dopo la conquista di Babilonia, emanò una serie di decreti per liberare gli schiavi e decretare l'uguaglianza tra le “razze” e la libertà di religione. I decreti vennero iscritti in un cilindro di argilla cotta, detto il

Cilindro di Ciro, che è da taluni considerato il primo documento sui diritti umani.

 

Sul carattere universale dei diritti umani è in corso un dibattito molto acceso: secondo alcuni, la visione dei diritti umani dominante ai giorni nostri è di stampo liberale, prodotto della cultura illuminista dell'Europa del XVIII secolo . I diritti che sono tutelati sono i diritti degli individui, in coerenza con la filosofia giuridica occidentale, mentre le collettività e i gruppi non sono soggetto dei diritti umani, pur esistendo i diritti collettivi, che si esercitano in comune con altri, come la libertà di associazione, e che comunque non possono mai prevaricare i diritti dei singoli. Nello stesso senso, scarsa attenzione è solitamente attribuita alla tutela dei diritti cosiddetti “sociali” o socio-economici.

Soprattutto, secondo alcuni giuristi i diritti umani, inclusa la Dichiarazione Universale dell'ONU del 1948, sono espressione del pensiero occidentale e non dell'intera umanità, ovvero della pluralità di culture e tradizioni che la costituiscono.

Anche per questi motivi, a fianco della Dichiarazione universale dell'ONU, numerose Convenzioni regionali dei diritti umani sono state approvate dagli anni '50 del secolo scorso in poi, con contenuti che si possono discostare da quelli enunciati nel documento delle Nazioni Unite, pur richiamandolo sempre in premessa, nei suoi principi fondamentali. Oltre a quella Islamica e a quella Araba, vi è, ad esempio, la Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli, entrata in vigore nel 1986. SI tratta della prima convenzione internazionale sui diritti umani a riconoscere i diritti dei popoli (il diritto all'uguaglianza di tutti i popoli, il diritto all'autodeterminazione, il diritto di proprietà delle proprie risorse naturali, il diritto allo sviluppo, il diritto ad un ambiente sano) ed è il primo strumento di diritto internazionale legalmente vincolante a collegare espressamente diritti e doveri.

Ad ogni modo, il concetto di diritti umani è oggi riconosciuto in tutto il mondo e il loro rispetto è un punto di attenzione nel giudicare regimi, paesi e governi. In Europa, in particolare, i diritti umani hanno trovato un'applicazione nella Convenzione Europea dei Diritti Umani (e nell’azione della Corte europea di Strasburgo che ne garantisce il rispetto) diventando una garanzia effettiva per le cittadine ed i cittadini dei 47 Paesi che l'hanno ratificata.

Per saperne di più:

- Agenzia per i Diritti Fondamentali dell'Unione europea

- Carta europea dei diritti fondamentali

- Consiglio d'Europa

 

  • sviluppo: dei tre temi del progetto AMITIE-CODE, lo sviluppo è sicuramente quello più complesso, in primo luogo perché non ne esiste una definizione unica e condivisa.

Nella teoria economica classica (e in parte tuttora nel discorso pubblico generale), lo sviluppo viene solitamente sovrapposto a, se non confuso con, la crescita economica misurata in termini di Prodotto Interno Lordo. Ma dagli anni '70 del secolo scorso diverse scuole di pensiero hanno cominciato a confutare questa visione, proponendo definizioni alternative, che mettano in primo piano nella definizione di sviluppo la crescita del capitale umano, la redistribuzione, la valutazione del benessere e la sostenibilità socio-ambientale.

La cooperazione allo sviluppo è stata influenzata da questo dibattito e dai mutamenti dei contesti internazionali.

Essa nasce nel secondo dopoguerra, sulla spinta ideale che aveva portato alla nascita delle Nazioni Unite: il secondo conflitto mondiale aveva mostrato come si vivesse in un mondo già fortemente interdipendente e come povertà e differenze nei livelli di accesso alle risorse fossero fonte di instabilità, conflitti e guerre. Supportare lo sviluppo dei paesi più poveri, significava quindi garantire stabilità, pace e prosperità anche per l'Occidente.

Così, nei suoi primi anni, la cooperazione allo sviluppo si è concentrata principalmente sul trasferimento di tecnologia e di risorse economiche, volte ad aumentare il livello del reddito nazionale da misurare in termini di PIL, che avrebbe dovuto, in maniera più o meno automatica, favorire poi la crescita sociale, educativa e politica dei paesi beneficiari. In realtà, fin dal primissimo dopoguerra, le politiche di cooperazione allo sviluppo sono divenute uno strumento di politica internazionale nel contesto bipolare della Guerra fredda in cui i due blocchi si muovevano nel “Terzo mondo” competendo l'uno contro l'altro alla ricerca di supremazia, relazioni privilegiate e sfere d’influenza. Già da allora esse hanno così risposto agli interessi di chi dona, più frequentemente che agli interessi di colui che riceve. In un'indagine condotta nel 1997 dal Senato degli Stati Uniti (il primo paese che nel secondo dopoguerra ha avviato politiche di cooperazione) viene detto, molto chiaramente: “i flussi di aiuti dei donatori bilaterali, inclusi gli Stati Uniti, tendono a seguire le priorità strategiche e politiche del donatore, non quelle dei paesi che hanno maggiori necessità dal punto di vista dello sviluppo. L'aiuto internazionale è stato usato in primo luogo come uno strumento di politica estera. Promuovere lo sviluppo economico e il benessere umano è stato un obiettivo dell'aiuto internazionale degli Stati Uniti, ma in linea generale un obiettivo secondario”.

Nel corso degli anni '70 e '80 cominciarono ad emergere alcuni forti limiti delle politiche di cooperazione intergovernativa allo sviluppo. Contemporaneamente emergevano le Organizzazioni non governative (ONG) come forti attori della cooperazione, che portavano un punto di vista competente e, almeno in linea di principio, meno soggetto agli interessi geopolitici. Infine, con l'imporsi dei nuovi paradigmi di sviluppo, si è giunti a una mutazione del quadro della cooperazione allo sviluppo: al trasferimento di tecnologie e di fondi per incentivare la crescita economica si sono sostituiti progetti più attenti alla crescita del capitale sociale e umano e nei quali un ruolo fondamentale viene giocato dalle comunità locali nonché dalle comunità di migranti (nell'ottica del co-sviluppo).

In base all'Agenda per il Cambiamento, adottata dalla Commissione Europea nel 2006, la lotta alla povertà, obiettivo principale della cooperazione allo sviluppo dell’Unione Europea, dovrà essere incentrata sui seguenti pilastri:

1) il rafforzamento dei diritti umani, della democrazia e del “buon governo”, quali elementi fondanti per lo sviluppo;

2) una crescita inclusiva e sostenibile per lo sviluppo umano.

Il concetto di “sviluppo umano”, la cui formulazione più ampia e approfondita si deve principalmente ad Amartya Sen, si riferisce alla piena realizzazione delle "capacità" degli esseri umani. Secondo Sen l’insieme delle capacità può essere interpretato come la libertà complessiva di cui un individuo gode nel perseguimento del proprio "well-being”. Lo sviluppo umano si traduce pertanto nella garanzia di alcuni diritti umani:

-diritto ad una vita lunga e sana (alimentazione, sanità, copertura dei servizi di base, abitazione);

-diritto alla conoscenza (istruzione e capacità di partecipare alla vita della comunità)

-diritto ad uno standard di vita dignitoso.

Ciò che è fondamentale in questa concezione è la prospettiva secondo cui lo sviluppo umano è la condizione necessaria dello sviluppo economico: se non vi è garanzia dei diritti umani - diritto alla vita, alla salute, alla conoscenza, alla partecipazione sociale politica, ad un reddito adeguato alla condizione dell’individuo (ossia all’età, al genere, alla disabilità ecc.) non ci può essere sviluppo economico.

In tale ottica, rilievo prioritario è attribuito ai temi della protezione sociale, della salute, dell’educazione e dell’occupazione, con un’attenzione particolare per i gruppi vulnerabili (inclusi

donne e giovani); alla riaffermazione del principio dell’accesso universale a beni e servizi pubblici, al rispetto del buon governo e dello Stato di diritto; alle riforme del mercato del lavoro; al nesso

tra migrazione e sviluppo, all’integrazione regionale e al ruolo dei mercati mondiali; a sicurezza alimentare, agricoltura e politica energetica sostenibili; ad un rafforzamento della collaborazione con le Autorità locali e la società civile in generale.

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, adottata il 25 settembre 2015 dalle Nazioni Unite, conferma un approccio onni-comprensivo, intento a riformulare i precedenti Obiettivi del Millennio per ampliare l’orizzonte delle politiche di sviluppo. L'Agenda segue un approccio universale, che riguarda i Paesi sviluppati, così come quelli in via di sviluppo, assegnando ai primi una maggiore responsabilità rispetto al passato nel raggiungimento di obiettivi che vengono definiti “comuni”. I 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) collegano il principio di sostenibilità con lo sviluppo economico, ambientale e sociale, formando un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità. Si tratta di obiettivi comuni, che riguardano tutti i paesi e tutti gli individui, su un insieme di questioni importanti per lo sviluppo, tra le quali la lotta alla povertà, l’eliminazione della fame e il contrasto al cambiamento climatico, per citare qualche esempio.

Per saperne di più: